Hotel Catinaccio, in Val di Fassa la Pasqua si tinge dell’antica tradizione Pechenèr

Nella splendida cornice della Val di Fassa ritorna la primavera e, con lei, tutta l’energia di rinnovamento e rinascita tipica dell’inizio della bella stagione e delle festività di Pasqua. 

Se anche tu hai deciso di soggiornare negli appartamenti A. Paolo, per godere delle vacanze pasquali dalla privilegiata posizione che vede il suo cuore pulsante nel centro di Vigo di Fassa, con vista panoramica sulle cime delle Dolomiti, sappi che ad attenderti ci saranno tante incredibili scoperte che non t’aspettavi. 

La primavera, specialmente nel verde Trentino, è sinonimo di risveglio della natura e luce che allunga le giornate. È un ulteriore invito ai turisti a sciare con l’ultima neve ancora perfetta, tra temperature sempre più avvolgenti e generose, come a noleggiare una bicicletta e pedalare tra le prime timide distese di fiori, tra fugaci pic-nic e passeggiate al sole lungo i sentieri che portano al Passo di Costalunga. 

Per gli amanti della montagna e del benessere, l’Hotel Catinaccio (disponiamo anche di appartamenti – A Paolo) è quell’indirizzo che accontenta i desideri di tutti: i fanatici degli sport sciistici (grazie alla comoda posizione ai piedi degli impianti di risalita), gli appassionati del benessere (grazie al suo centro wellness con sauna e idromassaggio) e gli animi più festaioli in cerca di tradizioni folkloristiche di montagna, sempre diverse da sperimentare, e di un’enogastronomia ladina capace di stuzzicare, a ogni pasto, tutti i palati.


Uova colorate all’ultima sfida, in viaggio tra i riti della Pasqua ladina 

Trascorrere la Pasqua in Val di Fassa, tra le montagne più belle del mondo, non regala solo esperienze a stretto contatto con una natura unica e indimenticabile ma permette anche di scoprire i costumi e le usanze del cuore ladino con le sue particolari radici culturali, linguistiche e gastronomiche. 

Tra le tradizioni più singolari delle festività pasquali della Val di Fassa troviamo la sfida della Pechenèda, un’antica tradizione che risale all’epoca medioevale e che, ancora oggi, vede in una montagna di uova sode colorate la sua giocosa allegria sulla scia del guscio più resistente nelle sue due estremità. 

Da dove viene quest’antica usanza contadina? 

Le sue radici sono da rintracciare sin dal Medioevo, quando la Chiesa (che nell’uovo elegge il simbolo della Resurrezione di Gesù dal sepolcro) vietò di mangiarlo durante la Settimana Santa. 

Fu così che, durante quei giorni di proibizionismo, tutte le uova messe da parte cominciarono ad essere decorate trasformandosi nelle protagoniste principali dei doni augurali pasquali. 

In Val di Fassa la tradizione medioevale di dipingere le uova va oltre la semplice resa estetica, trasformandosi in una vera e propria gara tra le famiglie del paese. 

Ecco così che, durante la Pasqua, tutte le osterie e i bar di Vigo di Fassa accolgono sui loro usci dei cesti di uova sode colorate. 

Il gioco, che spesso inizia già nelle stesse case dei fassani durante la prima colazione (con la scelta e la bollitura dell’uovo ‘campione’) e che poi prosegue in piazza dopo la Santa Messa, consiste nel colpire l’uovo dell’avversario alternando le due estremità (la punta o la parte inferiore più tondeggiante).  

La tradizione vuole che l’uovo si colori con metodi naturali utilizzando i germogli della primavera, i fondi di caffè o le immancabili bucce di cipolla. 

Sebbene la vincita spetti, ovviamente, a chi ha l’uovo più fortunato capace di resistere intatto ai colpi dell’avversario, a farla da padrone sono tantissimi trucchi che vengono tramandati di generazione in generazione, dai nonni ai nipoti. 

Pronti a vivere l’esperienza di questa tradizionale battaglia delle uova, che si consuma a suon di gusci rotti all’uscita delle Chiese? 

Sarà curioso scoprire quanti segreti i fassani custodiscano, con gelosia, su come reggere l’uovo per proteggerlo, conquistando così il trionfo su quello dell’altro concorrente. 

 

Occhio però a chi si porta da casa uova riempite di gesso, sassi colorati o, addirittura, uova di legno: durante la tradizionale Pechenèda, sebbene sia vietato barare, i furbetti non mancano mai. 

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Cristina