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Mazzin in Val di Fassa: un angolo di genuina tranquillità

C’è un luogo, nel pieno della provincia di Trento, dove il tempo sembra essersi magicamente fermato, dove l’incedere frenetico ed il ticchettio inesorabile delle lancette concede a tutti i visitatori una pausa da quella che è la solita e routinaria vita quotidiana. Una comunità relativamente piccola che sembra provenire da un mondo e da una concezione del vivere talmente lontana nel tempo da sembrare che qui la modernità non abbia ancora pienamente attecchito. Si tratta di Mazzin, ridente comunità situata in Val di Fassa. I suoi poco più di 500 abitanti fanno di Mazzin il paese più piccolo della zona, comprendente anche le minuscole frazioni di Campestrin e Fontanazzo.
Tale ristretto lembo di terra segna, sia simbolicamente che da un punto di vista prettamente geografico, quello che è l’inizio di una Val di Fassa i cui connotati vengono armoniosamente disegnati da maestosi monti e da paesaggi che toglieranno il fiato a visitatori che conserveranno tali celestiali vedute nel cassetto dei ricordi più belli. Qui, la Val di Fassa sembra inarcarsi, rivolgendo il proprio sguardo e curvando i propri lineamenti in direzione Nord Est.

 

Origini e posizione

Le origini della sua denominazione avvolgono il comune di Mazzin in un velo di mistero che altro non fa che aumentarne esponenzialmente un fascino privo di qualsiasi frontiera fisicamente tangibile. La corrente di pensiero dominante sembra collocare l’origine del nome nel termine gergale “macirosc”, parola che nell’antichissimo dialetto locale può essere ricondotta all’attivitò molitoria.
Il centro abitato di Mazzin è romanticamente adagiato sul conoide del rio Udai, un affluente situato sulla parete destra del fiume Avisio. Codesto corso d’acqua divide Mazzin in due parti. Nonostante una posizione apparentemente non troppo agevole, vista la strettura della valle, l’occhio si perde ugualmente nei meandri più profondi di un contesto circostante ricco di meraviglie non solo naturali, ma anche architettoniche e storiche. Indirizzando la propria lente di ingrandimento a settentrione, sarebbe impossibile essere legittimamente attratti dal tanto leggiadro quanto particolare corso del fiume Avisio menzionato in precedenza. Ed a Sud? Ebbene, qui la visuale non può far altro che cadere su un’altra delle meraviglie paesaggistiche che trapuntano a macchia di leopardo la zona: il gruppo della Vallaccia. Ancor più giù, nello spicchio di terra che ospita il percorso disegnato dalla strada statale 48, si potranno raggiungere in maniera piuttosto agevole le frazioni di Campestrin e di Fontanazzo.

 

Cenni storici di Mazzin in Val di Fassa

La reputazione di questo centro tanto piccolo quanto ricco di incommensurabile beltà è dovuta anche e soprattutto ai “pitores”. Ma di cosa si tratta? Soprattutto nell’Ottocento, l’espressione “pitores” indicava tutti coloro che, per ragioni lavorative, emigravano verso il vicino Impero Austro-Ungarico o la Svizzera alla ricerca di un impiego lavorativo che consentisse loro di garantire alla propria famiglia uno stile di vita sufficientemente degno. Scendendo maggiormente nel particolare, si era in presenza di artigiani specialisti nell’arte della decorazione, abilissimi nel dipingere per mezzo di colori ad olio non soltanto i mobili e le porte, ma anche gli utensili da lavoro in generale. La tavola dei colori dei pitores era cromaticamente essenziale e non eccessivamente ricca, essendo esclusivamente composta da colori come il giallo, il rosso, l’arancione, il verde, il nero ed il blu. Soprattutto per ciò che concerne quest’ultimo colore, esso era senza ombra di dubbio alcuna quello più frequentemente utilizzato, tanto da meritarsi anch’esso un appellativo dialettale, quello di “fassanerblau”. Ovviamente, come si potrebbe facilmente dedurre, i motivi ed i soggetti dipinti potevano essere i più disparato, spaziando da uccelli a rose fino ad arrivare agli elementi più caratteristici e peculiari della cultura autoctona. Gli oggetti e gli attrezzi usati in quel tempo dai pitores sono tuttora custoditi, in perfetto stato di conservazione, presso il Museo Ladino di Fassa.

 

Cosa vedere a Mazzin?

Il centro storico di Mazzin, visitato ogni anno da un numero sempre crescente di curiosi e visitatori, presenta al proprio interno alcune opere degne di essere prese senza batter ciglio in debita considerazione. I siti di cui si parla sono in gran parte raccolti tra Via Roma e le sponde del rio Udai. Chi scende a valle, fruendo di un apposito sottopassaggio, potrà prender visione di un agglomerato di casupole che, per conformazione e caratteristiche architettoniche, riflettono pienamente ed efficacemente una concezione abitativa unica nel proprio genere. A diversificare siffatte case dall’ideazione comune è in modo particolare la presenza di due piccole torrette poste lateralmente a ciascuna, ognuna della quali sormontata a sua volta da una copertura a forma di cuspide solitamente fabbricata servendosi di fogli di lamiera. Poco lontano, percorrendo poche centinaia di metri, vi sono un cimitero ed una minuscola chiesetta, location singolare ma attraente per ricorrenze che faranno della ricercatezza la loro arma migliore. Per gustare Mazzin a pieno, non può e non deve mancare una visita a Casa Battel. Chiamata non di rado “castello” per via della configurazione cuspidata della propria torre, Casa Battel costituisce ai giorni nostri uno degli ultimi resti sopravvissuti di edificio rustico-signorile. Battel, ad onore di cronaca, era il cognome di una famiglia influente che nelle epoche passate abitava il perimetro Val di Fassa. Aspetto che incuriosisce è l’insieme di decorazioni che abbelliscono ed ornano a festa le pareti ed i contorni delle finestre. Su una delle porte di ingresso di Casa Battel vi è inciso l’anno 1785. In aggiunta alle decorazioni appena citate, il “castello” custodisce gelosamente anche alcuni dipinti sacri, tra cui uno raffigurante Sant’Antonio da Padova, uno in onore di San Floriano ed un altro, certamente tra i più belli e ricchi di significato, che illustra le fattezze di San Giovanni Battista. Ubicate a Nord di Casa Battel ci sono le prigioni di Casa Costazza. Nell’edificio in questione sono tuttora nitidamente visibili segni di decorazioni murarie, una struttura costruita interamente in muratura che costituisce uno degli esempi più antichi e meglio conservati di tale concetto strutturale. Nell’antichità, lo stabile ha ospitato il vicario del Vescovo e le prigioni, da cui appunto deriva il suo nome identificativo. Tornando nuovamente a valle, tra Mazzin e la frazione Campestrin, è posto il “capitello dei fantasmi”. Una leggenda popolare, trasmessa di generazione in generazione, racconta di cortei composti esclusivamente da luci che, come in una grottesca processione, scendevano verso valle avvolte dalla monocromatica e cupa oscurità.

In ultimo, non in ordine di importanza tuttavia, cosa buona e giusta è inserire in questa prestigiosa lista il sito attrattivo che forse rappresenta il fiore all’occhiello di Mazzin, ossia la chiesa parrocchiale di Santa Maria Maddalena. Codesto plesso ecclesiastico, utile precisarlo, è posizionato in posizione del tutto periferica rispetto al cuore del paesello. La sua erezione, con ogni probabilità, risale all’anno 1573, con la sua consacrazione che tuttavia avverrà diversi anni più tardi, soltanto nel 1582. Il campanile ha subito un notevole processo di rinnovamento nel secondo decennio del Novecento, con un certosino intervento di sopraelevazione e l’inserimento di una campana supplementare. A rimpinguare e rendere irresistibile la bellezza di questa raccolta chiesa vi sono finestre in stile gotico ricercabili nelle pareti laterali della stessa. L’interno della chiesa parrocchiale di Santa Maria Maddalena consta di una navata e di un’abside con volte a nervature. Il riferimento temporale dell’altare primario è la metà del XVII secolo, con una fattura resa ancor più preziosa e ricercata da legno finemente intagliato e da finto marmo. Lungo le mensole sono state posizionate le sculture dedicate a San Nicola e San Vescovo. Per ciò che invece attiene all’altare laterale, esso è stato pensato sotto forma di un’ancora lignea localizzabile temporalmente all’anno 1730. Nelle sue immediate vicinanze vi è un’altra statua, quella di Sant’Antonio con bambino. La porta di ingresso è custodita da ulteriori due statue, quelle dei santi Pietro e Paolo, che come sentinelle proteggono simbolicamente la chiesa. L’arco trionfale è nella sua universalità rivestito da bassorilievi che illustrano i Misteri del Rosario. Le effigi della Via Crucis sono state introdotte soltanto in un secondo momento, nel 1815. A proposito, infine, delle campane, due di queste sono state donate nel 1922 dalla fonderia varesina Bianchi, mentre la mezzana è stata prodotta dalla fonderia Chiappani di Trento nel 1913.